Dal Vecchio Balordo ai pensieri in libertà di Fabio313 
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Ecco, ci siamo.
Penna, inchiostro e pergamena sarebbero ciò che vorrei per scrivere delle sensazioni, delle emozioni che mi dà lo scorrere del tempo nell’avvicinarsi alla prossima domenica sera.
Macchè calcio: signori, questo è il Derby.
Sotto la Lanterna, non è mai stata, non è, e mai potrà essere declassata ad una semplice “partita di pallone”.
E’ nelle ossa che lo senti arrivare, e serve a poco pensare che ci siamo preparati per anni: in serie A poi, già, avete ragione voi con quelle maglie un po’ così, ci mancava da troppo, ed è tutta colpa nostra, e se non nostra, vuoi pure per il fato, il destino, la sfiga, ma anche l’incapacità di chi per anni ha spadroneggiato col Grifo.
E poi, è davvero mancato questo appuntamento?
Non è forse in ogni giorno della nostra vita di genovesi quel modo solo nostro di vivere la nostra passione antagonista?
Ricorderò sempre quella sveglia suonata attraverso la cornetta di un telefono, appena tornato a casa dopo il derby perso 3-2 con ciabattata finale di Roselli a sorprendere il nostro portiere.
A far suonare il perfido strumento era il mio migliore amico, lui accanito sampdoriano, io accanito genoano.
L’avrei preso per il collo, lo abbracciai allora, ed ancora pochi mesi fa, dopo esserci persi di vista per più di vent’anni.
Non è retorica tremare dalla paura di perderla, quella partita, e fremere d’orgoglio, di passione nel vedere gli splendidi colori del Genoa riempire lo stadio, il nostro stadio, ed affacciarsi dai poggioli, dalle finestre, stesi ad essere baciati dal sole come un bucato profumato.
Non è follia, o forse si, stringerci al petto ogni scaramanzia, la sciarpa, quella giusta, i gesti, quelli stessi della prima volta, le parole secche dentro la gola, fino ad esplodere nell’urlo possente della Gradinata Nord, la tensione che la vedi come dipinta anche sui visi dei giocatori che sfilano dentro il campo da quel tunnel bianco, la tela che vibra del sussurro di tutto lo stadio.
Negli occhi di mio figlio, il primo Derby, cinque anni di bimbetto, e tutto il tempo a fissare lo sventolare delle bandiere, lo spettacolo assoluto delle coreografie, forti, devastanti e ironiche, incredibili ed irrepetibilmente sempre diverse.
L’assurdità di ogni violenza è così lontana dal Derby, che mi lascia sconvolto, stupefatto, sapere che non ci saranno stavolta quelle esplosioni di gioia e meraviglia allo scoprire delle rispettive invenzioni, che mobilitavano perfino vere e proprie azioni di spionaggio industriale, da una parte e dall’altra, pur di scoprire per tempo le mosse degli altri e predisporre adeguate contromosse.
Una partita nella partita, ma quale è la vera partita?
Non certo quella giocata dai ventidue.
Ripercorro con gli occhi della memoria ogni istante di ogni Derby, Genoa-Sampdoria, Sampdoria-Genoa, e che importa, c’è da lottare, c’è da vincere e da lottare, c’è da metter giù tutta la grinta, le gambe ed il cuore, che senza di quello non si va lontano, senza quello anche le gambe dei professionisti tremano di fronte al nostro canto.
E ci mettono anche l’anima quelli, e chi non lo ha mai giocato, il derby lo gioca già nei racconti di chi c’è stato, le bocche spalancate per lo stupore, e gli occhi lucidi: vale una vita intera vincere sul campo, e nelle gradinate, se non vinci, ti ripeti che è lo stesso, abbiamo vinto nel tifo, abbiamo vinto nella fantasia, abbiamo vinto sempre e comunque.
Sono quelle migliaia di voci forti, sgraziate, potenti e stonate a farci battere il cuore a mille e mille, quando anche una rimessa laterale a trenta metri dalla nostra porta ci fa gelare il sangue, quando anche un pallone rubato sulla trequarti ci fa vedere gli angeli del Paradiso mettersi le scarpette bullonate.
Che ingiustizia ritrovarsi il nostro Tempio, ridotto alle dimensioni di una chiesetta di campagna, quando erano sessantamila uomini, donne, bambini, stipati, uno a fianco all’altro, rigorosamente in piedi, a volte, spesso, girati fianco al campo per occupare meno spazio, stringersi di più, a circondare con la loro passione ed il loro affetto i propri colori.
Ora, quanti rimarranno fuori, quanti dovranno sacrificare impotenti il loro desiderio di esserci alle pur giuste normative, alla scarsa avvedutezza di chi mise mano al glorioso Ferraris di una volta, in nome di un mondiale moderno.
Lo vivremo lo stesso questo avvenimento, e sarà la voce della radio più che le immagini di una televisione a farci tornare ai tempi di un Carosio, di transistor aggrappati all’orecchio nelle domeniche a passeggio, e insieme ai cuori di chi sarà dentro, batteranno i cuori di chi sosterrà comunque il Grifone da ogni angolo di Genova, di tutta Italia, e di molto Mondo.
C’è una Gradinata tutta speciale, e non si vede, ma da lassù sarà il soffio di tutti i genoani che non ci sono più, a spingere quel pallone fin dentro la rete doriana.
In bocca al lupo, macchè vinca il migliore.
Vinciamo noi, sempre.